Egidio Maschio e la Trappola del Fondatore

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E’ Mercoledì pomeriggio, mi sto preparando per un incontro delicato con un imprenditore sessantenne, fondatore della sua impresa e capace ancora di pensare a futuri di sviluppo tanto ambiziosi. Internet mi rimbalza la notizia di Egidio Maschio un imprenditore che si toglie la vita all’alba, a 73 anni, poche settimane dopo aver fatto un passo indietro e aver ceduto la gestione dell’azienda a due manager esterni, forse voluti dalle banche per mettere in sicurezza una impresa cresciuta tanto anche in anni di crisi ma un po’ troppo indebitata.

A seconda delle nostre convinzioni e di quanto conosciamo il caso, possiamo parlare dei mali della politica, delle banche, degli imprenditori, della globalizzazione…

Forse un po’ tutto vero. Mi viene però da pensare anche che la Trappola del Fondatore ha mietuto un’altra vittima.

Il Ciclo di Vita delle Imprese di Adizes ce lo spiega molto bene. Dopo aver fondato l’impresa e aver superato gli scogli dell’infanzia in cui lotti per far sopravvivere la tua nuova creatura, si apre una stagione entusiasmante per tanti imprenditori.

E’ la stagione che Adizes chiama go-go. Non c’è una vera organizzazione e una vera delega, l’imprenditore ha molti collaboratori ma è al centro dell’organizzazione che ha una forma a stella, lui al centro e tutti intorno. Una grande flessibilità e velocità di decisione che gli permette di cogliere al volo le opportunità, che gli permette di risolvere problemi altrimenti irrisolvibili. Peccato che il problema diventi proprio la centralità del suo ruolo. Da una parte l’organizzazione senza il perno dell’imprenditore rischia di afflosciarsi come un soufflé mal lievitato, dall’altra l’imprenditore rischia di perdere il contatto con la realtà e non saper o voler lasciare.

Si apre un periodo critico, quello che vorrebbe un imprenditore capace di aprire alla delega e alla strutturazione, da un lato passando dal controllo diretto al controllo indiretto fatto di un sistema regolato, dall’altro da una imprenditorialità assoluta ma accentrata nel fondatore ad una imprenditorialità relativa ma distribuita nell’organizzazione.

Non è facile, l’imprenditore tante volte vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, vorrebbe manager che strutturino l’azienda e vorrebbe continuare a gestire l’azienda come prima, al di sopra delle regole che vorrebbe che l’azienda adottasse, minando alla base la tenuta del progetto. E allora poi si apre la crisi con il manager inserito per strutturare l’impresa.

O il manager è troppo debole e si adegua all’estro dell’imprenditore, venendo però criticato per non aver realizzato quanto previsto, o è troppo forte andando così in conflitto con l’imprenditore e finendo spesso per essere rigettato dall’organizzazione.

E’ un tema delicato e di sistema, non è mai una responsabilità solo di una parte, è una evoluzione di equilibri che va accompagnata e spiegata perché venga compresa e gestita.

Ecco, ho come l’impressione che quello che abbiamo vissuto in questi giorni con Egidio Maschio non sia il dramma di una impresa in crisi, sia piuttosto il dramma di una evoluzione dell’organizzazione che l’imprenditore ha subito e non accettato, perdendo un ruolo che troppo fondava la sua identità personale senza avere il tempo o forse la capacità di elaborare l’accettazione del limite e la consapevolezza di una nuova stagione in cui lasciare la presa operativa per una guida più indiretta ma forse più alta.

Tornando al mio imprenditore sessantenne e a quello che noi facciamo con e per le imprese di famiglia, vorrei proprio che tanti imprenditori-fondatori sappiano che c’è chi sa riconoscere le loro fatiche e le loro sfide, che si possono confrontare per un cammino che li aiuti a lasciar andare, a capire che la vita non è solo il lavoro e che l’identità non è solo il ruolo. Che il nostro valore non si misura con il nostro potere. Ma anzi, vorrei vederli orgogliosi di dare senso al loro fare lasciando andare la loro creatura perché continui anche dopo di loro.
Con i loro figli, con i loro manager, con chi sa raccogliere l’eredità, senza cadere in una meccanica ripetizione del genio del fondatore, ma valorizzando la tradizione per andare oltre e indirizzare l’organizzazione verso un nuovo futuro.

Questo articolo ha 6 commenti

  1. Enrico Merigliano June 27, 2015, 6:34 pm

    Non credo tu stia sbagliando…

    • Luca Marcolin July 1, 2015, 6:11 pm

      Grazie Enrico,
      commento molto gradito,

      Luca

  2. Edoardo June 28, 2015, 2:34 pm

    questa vostra analisi che condivido l’ho messa in oratica esattamente 10 anni fa cioe almeno tre anni prima della crisi…. Alla domanda ricorrente su come hai capito che era l’ora di mollare … Ho sempre risposto … Ho saputo ascoltare prima e ascoltarmi dopo…. Nonostante le interminabili e inutili riunioni su passaggi generazionali nelle sedi di confindustria…. Pronto a mettere a disposizione la mia storia Edo Maretto

    • Luca Marcolin July 1, 2015, 6:10 pm

      Grazie Edoardo,
      ha proprio ragione, saper lasciare e bene è forse un’arte e la più difficile e chiede una grande maturità e consapevolezza. Complimenti per esserci riuscito. E sarà un piacere poterci magari incrociare. Mi permetterò di contattarla nel prossimo futuro per conoscerci e confrontarci.
      Luca Marcolin

  3. Alessio Novello July 1, 2015, 9:22 am

    Caro Dott. Marcolin,
    il quadro “antropologico” e culturale-organizzativo è senz’altro come tu lo descrivi, ma su un piano effettivo non meno lacerante nel periodo go-go, quando sembra che non ci sia limite (che non ci fosse) allo sviluppo della propria azienda, molti imprenditori hanno accettato di firmare fideussioni personali alle banche!
    Qui potremmo aprire tanti ragionamenti, meglio non andentrarci; certo che il capitalismo del Nord Est è sui generis, e il fenomeno ancorché conosciuto non viene mai considerato per le anomalie profonde che reca al sistema delle imprese e per i disastri umani che ha causato in questi anni.
    Un saluto – Alessio Novello

  4. Luca Marcolin July 1, 2015, 6:16 pm

    Grazie mille dottor Novello,
    si concordo, ci sarebbe tanto da approfondire. Poi in realtà in questi anni di studio e di confronto anche con colleghi stranieri, mi sto sempre più rendendo conto che quello che può sembrare tanto specifico del nostro contesto in realtà è veramente un fenomeno umano che travalica le culture. Ho trovato nelle riflessioni e nell’approccio del professor Adizes una chiave di lettura che mi risuona proprio e che è stata fondata da osservazioni ed interventi in tutto il mondo.
    Quello che volevo condividere con questo post è proprio che si può e si deve lavorare per superare i limiti che a volte ci imponiamo e che provocano effetti negativi nel business e nella qualità della vita delle persone coinvolte.
    Un cordiale saluto e un arrivederci alla prossima.
    Luca Marcolin

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